Su «I vagoni rossi» di Stig Dagerman e l’universalità del racconto

«L’uomo che saliva sul treno doveva essere qualcuno di terribilmente malato.»

Nonostante l’assurdo riesca già a trovare uno spazio in cui insinuarsi, I vagoni rossi, racconto di Stig Dagerman (Via del Vento 2011, traduzione e cura di Marco Alessandrini) inizia in un contesto abituale, all’interno di una stazione ferroviaria.

Il controllore dà un calcio a un pezzo di ghiaccio, provocando un crepito stridente, e subito il «presunto malato» ha un forte sussulto, per così poco perde totalmente il dominio di sé, facendo cadere un portamonete, un mazzo di chiavi e un biglietto: tutti segnali evidenti di malattia, una terribile malattia.

L’io narrante è forse un passeggero ordinario, certamente munito di biglietto; possiamo immaginare che il finestrino del vagone sia abbassato, si può sentire il blocco di ghiaccio che si frange contro le rotaie, si può vedere la fibbia della ragazza a bordo del treno e udire la sua piacevole risata. Godiamo di una prospettiva privilegiata.

«Un volto di un pallore malsano, labbra tese come corde, spalle penosamente schiacciate, uno sguardo risucchiato al fondo delle orbite da magnetici segreti, mani sottili e bianche che con pena si aggrappavano allo sportello.»

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stig-dagerman-i-vagoni-rossiI vagoni rossi
(De röda vagnarna)
di Stig Dagerman

Traduzione di Marco Alessandrini
Cartaceo: brossura, 36 pagg., 4.00€
Ebook: –
Casa editrice: Via del Vento Edizioni
Collana: I quaderni di Via del Vento
Luogo e anno di pubblicazione: Pistoia 2011
ISBN: 9788862260572

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