La declinazione del dolore nel romanzo «stregato» di Riccarelli

Esistono diversi tipi di dolore.

Il dolore del parto, il dolore di non poter godere dei frutti del proprio lavoro perché schiavi, il dolore che si avverte guardando un marito che non si ama più, il dolore di un figlio che percepisce i contrasti tra i genitori, il dolore e il senso di colpa per una fuga obbligata, il dolore di vedere sconfitta la gente del popolo decisa a far valere la propria dignità, il dolore della notizia della morte ingiusta del proprio padre, il dolore per le molte esistenze mandate in guerra come al macello, il dolore per la mancanza di un fratello, il dolore del sentirsi non compresi per una scelta forse non condivisibile.

Questi e molti altri sentimenti sono al centro del romanzo Il dolore perfetto di Ugo Riccarelli, che nel 2004 gli è valso il Premio Strega, superando Elena Loewenthal e Francesco Piccolo.

La formula del titolo è ricorrente all’interno del testo, si ripete come un ritornello, quasi come una cantilena: il dolore qui rappresentato è perfetto perché compiuto, ma in ogni situazione assume una valenza diversa.

Siamo alla fine dell’Ottocento quando da Sapri, un paese remoto dell’Italia meridionale, giunge a Colle Alto, in Toscana, il Maestro, un giovane anarchico pregno di ideali risorgimentali. È anche l’epoca dell’avvento della tecnologia e della ferrovia, che con le sue ruote insieme fascinose e spietate ha strappato la vita al marito della signora Rosa Bartoli, segnandola per sempre, ma non togliendole del tutto la speranza in un nuovo amore.

Dall’unione del Maestro con la vedova – mai celebrata dall’autorità civile né da quella ecclesiastica, ma che non è causa di pettegolezzi perché considerata da tutti assolutamente naturale – nascono Ideale, Mikhail, Libertà e Cafiero. In questo tempo, i nomi che si danno ai figli sono come segni divini, finestre sull’anima, auguri scelti con cura per tentare di alleviare, almeno in parte, la fatica del vivere.

«Vivere e sognare, confondersi in un’immagine avvicinandosi lentamente verso un volto. Alzare la mano in un saluto, che è una speranza fantasticata nel buio. Vivere e sognare talvolta è tutt’uno, e così la vedova, senza quasi rendersene conto, sovrappose al ricordo dolce di un marito che più non aveva il viso ormai abituale del Maestro, le sue mani grandi, i suoi gesti garbati. Persino il suo odore, misto all’afrore di toscano, dell’inchiostro e delle carte che ingombravano la piccola camera affittata. La goccia dei suoi pensieri aveva scavato una grotta e lei la colmò ben presto con l’amore, con una nuova gentilezza, una radiosità e una luce che la fecero fiorire.»

A fare da contrasto alle tragedie piccole e grandi che colpiscono gli abitanti del borgo, c’è la bellezza del paesaggio, della terra rossa e bruna, dell’azzurro dell’acqua, del giallo del grano che diventa oro sotto i raggi solari e che si riflette nei volti certo affaticati ma comunque inclini al sorriso, così diversi da quelli delle donne campane a cui il Maestro è abituato.
È proprio l’anelito di bellezza a rendere possibili i sogni: il desiderio di andare in Sud America con l’illusione di trovarvi una società per uomini liberi, lontana dallo sfruttamento; l’idealizzazione della Svizzera, immaginata come un paradiso terrestre, perfettamente organizzato e isolato dagli affanni quotidiani; la seduzione di un Oriente non meglio definito, con il misto di magia e di paura per l’ignoto che esercita su chi non vi ha mai messo piede.

Radicalmente diversi per convinzioni e valori, i Bertorelli prediligono all’utopia della libertà una visione molto pragmatica della vita, con l’ambizione, favorita da nomi carichi di nobiltà provenienti dai poemi omerici, di arricchirsi grazie al commercio dei maiali.

Il matrimonio tra Cafiero e Annina fa convergere le storie delle due famiglie: il loro amore si inserisce nel contesto storico e politico del paese e della nazione, in un intrecciarsi di vicende pubbliche e private, reali e fantastiche.
Si riesce a percepire, tra le pagine di questo romanzo, una sorta di realismo magico, dato dall’epicità che è propria dei racconti trasmessi oralmente, che rende tutto più lieve, distorcendo la realtà, amplificandola e conferendole un’aura mitica.

Il dolore – anche nella tragedia – non è mai eccessivamente negativo, ha la funzione di uno strumento conoscitivo che consente di collocare ogni evento nella giusta prospettiva, come se fosse una tappa necessaria dell’esistenza, il carburante e la macchina che muove tutto, l’unico strumento in grado di innescare un cambiamento.

Leggendo il romanzo di Riccarelli si ha l’impressione di avere tra le mani una vecchia fotografia in bianco e nero estratta dal cassetto dei ricordi di famiglia, perché le storie qui narrate sono quelle dei nostri antenati, della povera gente, di chi paga le conseguenze di scelte sbagliate con il dolore, che ha origine con la nascita e si nutre nel corso della vita di nuove colpe da espiare; sono storie di vinti, che tuttavia riescono a trovare un parziale riscatto nella loro dignità e nella resistenza, nell’infinito coraggio dimostrato fino alla fine.

Tutte le donne tratteggiate da Riccarelli si contraddistinguono per una grande forza, che fa sì che siano loro a prendere in mano le redini della famiglia nel momento in cui si abbattono sul paese i drammi della storia d’Italia, come l’eliminazione dei sovversivi durante il governo fascista, come le due grandi guerre, come l’epidemia di febbre spagnola. Annina è una vera e propria eroina, che porta sulle spalle il peso di tre generazioni e cerca di realizzare l’utopia del moto perpetuo attraverso la memoria, riuscendo a porre freno al tempo che fugge, coltivando la vita dei ricordi come un fiore segreto, così come all’insaputa dei familiari coltiva il nocciòlo nel prato vicino alla tomba della Mena.

Perfino la morte non è vista come qualcosa di terribile, bensì come il gripparsi di un meccanismo che funziona solo grazie all’interazione di tutti i personaggi, più o meno buoni, ma tutti parti ugualmente necessarie di un organismo perfetto, reso tale da una scrittura leggera ma elegante, delicata ma avvolgente, in grado di donare gioia ma anche un dolore sottile e perfetto.


ugo-riccarelli-dolore-perfettoIl dolore perfetto
di Ugo Riccarelli

Cartaceo: brossura, 336 pagg., 9.50€
Ebook: 6.99€
Casa editrice: Mondadori
Collana: Contemporanea
Luogo e anno di pubblicazione: Milano 2012
ISBN: 9788804606246

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