Sciogliere i nodi dell’arazzo della scrittura: la lezione di Tabucchi

Dalla trama all’ordito, scrittura e tessitura condividono la base di un vocabolario che ha al centro un’opera artigianale e creativa, prima ancora che tecnica.

Dietro l’arazzo (Giulio Perrone Editore, 2013) è un’intervista realizzata da Luca Cherici – studioso del rapporto tra psicoanalisi e letteratura – al maestro Antonio Tabucchi, per cercare di scoprire i segreti della sua scrittura e sciogliere l’intreccio di fili che si può osservare solo dal rovescio della struttura narrativa.

Dove nascono le parole? Quanto è legato ciò che si scrive a ciò che si è? Come si rapportano i piani di vita e letteratura? Come si racconta la vita?

«Quello che mi interessava non era guardare le figure dell’arazzo, ma tutti i nodi e i fili che stanno dietro al tappeto, perché quando rovesci un tappeto capisci tutta la tessitura che costituisce le figure dell’arazzo.»

Antonio Tabucchi, oltre a essere stato un grande romanziere, è tra gli autori che hanno saputo meglio raccontare la scrittura, spiegando con precisione, ironia e malinconia i misteri delle sue opere. Ma, come sempre accade nella sua produzione letteraria, anche qui le risposte si affollano di ulteriori domande, popolate dai fantasmi di Pessoa, Rilke, Conrad e Schnitzler, oltre che dal cinema di Fellini e Kubrick.

Questa conversazione ha origine nel 2004 ma è fatta a più riprese: in forma di dialogo, Tabucchi risponde alle domande in modo non estemporaneo, ma quasi fosse stato chiamato a tenere delle lezioni universitarie. Tra le pagine di questo volumetto c’è anche una sua lettera autografa che ne dimostra la meticolosità, con l’estenuante lavoro di correzione e riscrittura che caratterizza il suo metodo.

La prima domanda, abbastanza comune quando ci si trova di fronte al proprio scrittore preferito, riguarda il rapporto tra vita e scrittura e quanto esse si influenzino vicendevolmente.

Tabucchi risponde con Pessoa, citando la poesia Consiglio: lo scrittore deve allestire un giardino da mostrare agli altri, ma solo nei luoghi nascosti si può lasciare che i fiori crescano spontaneamente insieme alle erbe selvatiche. Non si tratta di fiori posticci, bensì coltivati, che creano una scenografia atta a nascondere la natura più vera; essi assumono il ruolo che nella filosofia di Adolf Loos aveva il frac. Dunque, se si decide di far entrare la propria vita nella letteratura, lo si deve fare in modo che questa non sia immediatamente decifrabile. Essa è un mistero: la vita scritta è come uno specchio di quella vissuta, una cronologia al contrario, non come la classica linea che da sinistra va a destra; tentando di descrivere la vita, al tempo stesso ci si allontana da essa.

«L’autobiografia come genere letterario del resto non mi interessa. La vita e la letteratura stanno su piani diversi: la vita si può solo vivere.»

Sembra di sentire l’eco di Pessoa, quando affermava che l’arte è la dimostrazione che la vita non basta, perché la vita si può solo vivere, mentre quella scritta ha in sé il potenziale dell’infinito, non ha limiti.

Si parla poi dell’universalità della letteratura, di come sia possibile che molte persone si riconoscano in una stessa opera, come nel caso delle lettere di Si sta facendo sempre più tardi. Tabucchi sostiene che la vita delle persone proceda lungo una sorta di reticolato schematizzabile in un numero limitato di caselle, quindi è quasi inevitabile riconoscersi in qualcuna delle situazioni narrate in un racconto. Come in una partita di scacchi, per quanto le mosse possano essere infinite, esse sono solo variazioni su uno schema obbligato di caselle bianche e nere.

Le risposte dello scrittore pisano sono molto vaghe, avanzano sempre nuovi dubbi; c’è però una domanda a cui risponde in modo abbastanza chiaro, la domanda delle domande, quella sul senso della vita: «(…) di per sé la vita non ha senso, se noi non la carichiamo di senso. Il mezzo per caricare di senso una cosa che di per sé è insensata può essere la narrativa». È dunque il racconto stesso della vita che le dà senso, il fine ultimo è la parola, il linguaggio, la scrittura.

Da qui la necessità del gioco del rovescio, per comprendere pienamente i meccanismi della scrittura ma anche della vita, che in fondo sono i medesimi. Ma guardare dietro le apparenze spesso può essere inutile o addirittura logorante, i fili sono talmente intricati da costituire un labirinto: come i personaggi dei racconti di Tabucchi sono sempre fuori orario, così anche nella vita quasi sempre le cose si capiscono solo a posteriori, quando ormai è troppo tardi. Più ci si avvicina a un approdo, più esso si allontana, proprio come il filo dell’orizzonte, come se ci fosse una logica delle cose già insita nella Storia (come nel mito, in cui un piccolissimo niente può rivelarsi motore della vita), non conoscibile dall’uomo nel momento in cui si presenta.

Probabilmente bisogna accontentarsi della figura sul davanti, «tanto il rovescio non si capisce».


antonio-tabucchi-dietro-larazzoDietro l’arazzo. Conversazione sulla scrittura
di Antonio Tabucchi, Luca Cherici

Cartaceo: brossura con alette, 80 pagg., 10.00€
Ebook: 9.99€
Casa editrice: Giulio Perrone Editore
Collana: Racconti d’autore
Luogo e anno di pubblicazione: Roma 2013
ISBN: 9788860042958

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